Retinite pigmentosa
Cos’è?
Si tratta di una patologia rara che appartiene a un gruppo di malattie ereditarie caratterizzate da una degenerazione progressiva della retina in entrambi gli occhi. Provoca la perdita graduale della visione notturna e del campo visivo periferico, ma agli ultimi stadi si può verificare anche una perdita della visione centrale. A causa della retinite pigmentosa (nota anche come “retinosi pigmentaria” o “retinopatia pigmentosa”) si verifica una perdita dell’acutezza visiva, con un progressivo restringimento del campo visivo, che può progredire fino all’ipovisione e, nei casi più gravi, alla cecità. Il decorso della malattia ha una durata estremamente variabile, ma comunque è sempre progressivo ed invalidante. Nella maggioranza dei casi i sintomi si aggravano e purtroppo il campo visivo si restringe sempre più fino a chiudersi completamente. Compaiono inoltre anche altri disturbi, come l’abbagliamento, l’incapacità di distinguere i colori e una particolare forma di cataratta. Malauguratamente l’esito finale è, in molti casi, la cecità assoluta.
Quante persone colpisce la retinite pigmentosa?
La retinite pigmentosa si stima che colpisca 1-5 persone su 10000 a livello genetico. Complessivamente le degenerazioni retiniche ereditarie colpirebbero circa 2 milioni di persone nel mondo, di cui circa 1,5 milioni sarebbero affette da retinite pigmentosa. Purtroppo, attualmente non esiste ancora alcuna cura efficace, nonostante diverse équipe di ricerca ci stiano lavorando. Molto spesso la retinite pigmentosa compare tra la pubertà e l’età matura, ma non sono rari gli esempi di bambini colpiti nella prima infanzia. La capacità visiva della persona colpita subisce una riduzione progressiva. L’unica informazione certa di cui gli scienziati dispongono è l’origine genetica della retinite pigmentosa, la quale viene trasmessa ereditariamente, di generazione in generazione, seguendo meccanismi ormai noti (i geni responsabili sarebbero almeno 64). Secondo altre fonti si supererebbero persino i 70 geni “difettosi”.
Quali forme esistono di retinite pigmentosa?
Le forme genetiche di retinite pigmentosa sono essenzialmente quattro: Autosomica dominante a) può colpire maschi e femmine con pari frequenza; b) non salta le generazioni. Autosomica recessiva a) la malattia colpisce con pari frequenza entrambi i sessi; b) la malattia salta le generazioni, anzi non è infrequente l’evenienza che in una famiglia coinvolta compaia a memoria d’uomo un solo caso, ovvero che sia simulata una forma sporadica. Legata al cromosoma X (cioè legata al sesso) Secondo questo tipo di trasmissione ereditaria, risultano colpiti dalla malattia solo soggetti di sesso maschile, i quali però ereditano il gene patologico dalla madre che è portatrice sana; data una donna in tale condizione, il rischio di malattia per ogni figlio maschio è del 50%. Sporadica Le forme sporadiche (circa il 30% di tutti i casi) prevedono la presenza di un unico caso a memoria d’uomo in una famiglia. La sporadicità è solo una constatazione familiare, ma è molto difficile escludere l’eredità recessiva oppure quella legata al sesso, se la persona affetta è un maschio. Bisogna differenziare, inoltre, la retinite pigmentosa primaria, in cui esiste solo l’interessamento oculare, da quella associata a malattie extraoculari.
Quali sono i sintomi?
I principali sintomi che possono indurre il medico a sospettare di trovarsi di fronte ad un caso di retinite pigmentosa sono essenzialmente due:
- Cecità crepuscolare e notturna: ci può essere difficoltà a vedere in condizioni di scarsa illuminazione (muoversi e guidare di sera o di notte) o un ritardato adattamento quanto si passa da ambienti illuminati a quelli oscuri. Questo fenomeno è dovuto al fatto che, almeno per la maggior parte dei casi, la malattia – almeno nelle prime fasi del suo sviluppo – aggredisce prevalentemente i bastoncelli.
- Restringimento del Campo Visivo (visione tubulare): si manifesta con una difficoltà a percepire oggetti posti lateralmente oppure non si notano né gradini né ostacoli bassi. L’alterazione del campo visivo è progressiva e può coinvolgere anche la parte centrale della retina, con perdita delle capacità visive centrali. La velocità di progressione della malattia e l’età di comparsa dei sintomi variano in relazione a molti fattori tra cui il modello di trasmissione genetica. Si riscontra, inoltre, un’aumentata sensibilità all’abbagliamento (che si verifica anche con molte altre patologie oculari); svaniscono i contrasti e diventa difficile percepire l’ambiente circostante.
Come si effettua la diagnosi?
La diagnosi di retinite pigmentosa in presenza di tutti i sintomi classici è facile ed è di pertinenza dell’oculista (e del genetista).
Vengono generalmente effettuati:
- l’esame del visus;
- l’esame del fondo dell’occhio e la sua fotografia;
- l’esame del campo visivo;
- l’elettroretinogramma;
- la fluorangiografia.
La malattia può essere diagnosticata fin dall’infanzia, nell’adolescenza e, non di rado, anche in età adulta. Nei casi dubbi, la diagnosi si basa su tutti i dati clinici ottenibili (età di esordio, modalità evolutive, eventuale associazione con altri sintomi oculari od a carico di altri organi ed apparati) e su un approfondito studio elettrofisiologico (elettroretinogramma ed elettroculogramma) ed adattometrico. Possono risultare utili e complementari lo studio del senso cromatico e la fluoroangiografia retinica. È necessario, inoltre, esaminare tutto il nucleo familiare, allo scopo di definire il tipo di trasmissione ereditaria.
Si può curare?
Attualmente non è considerata una malattia curabile. Molte speranze erano state riposte sulle possibilità della terapia iperbarica (ossigenoterapia; OTI) per arrestare l’evoluzione della malattia. Numerosi studi hanno effettivamente registrato una risposta cellulare positiva, dimostrata anche strumentalmente con l’elettroretinogramma (ERG), che evidenziava un incremento della sua ampiezza statisticamente significativo nei pazienti trattati in camera iperbarica con ossigeno. Purtroppo, però, l’ossigenoterapia non è risolutiva e non elimina il problema all’origine. Sono molte le strade di ricerca aperte, nonostante pochi progressi concreti siano stati compiuti fino ad oggi sul fronte delle cure clinicamente possibili. Attualmente i filoni più promettenti sono la terapia genica, il ricorso a cellule staminali e il trapianto di retina o di fotorecettori. Secondo uno studio pubblicato il 16 novembre 2016 su Nature da ricercatori che lavorano in California, all’orizzonte ci sarebbero nuove possibilità di trattamento grazie a una nuova tecnica pionieristica di correzione genetica. Infatti, in seguito a una sperimentazione condotta su cavie animali in cui era stata indotta artificialmente la retinite pigmentosa, si è avuto un parziale recupero della loro vista. Tuttavia, al momento in cui scriviamo questo risultato non è ancora stato esteso agli esseri umani. Lo stesso discorso vale per uno studio successivo di Ophthalmology, condotto sempre con tecnica CRISP di editing genetico da ricercatori della Columbia University (Usa) su cavie murine. Qualche risultato positivo sembrerebbe, inoltre, avere avuto l’impiego del fattore di crescita nervoso (NGF) sotto forma di collirio sperimentale. Tuttavia, i casi che, al momento in cui scriviamo, avrebbero tratto giovamento dalla sua instillazione risulterebbero essere un’esigua minoranza. Infine uno studio pubblicato il 29 settembre 2017 sulla rivista Stem Cell Research & Therapy ha fornito risultati sperimentali limitati ma, per certi versi, incoraggianti: è stata parzialmente rigenerata la retina in otto pazienti impiegando staminali embrionali (il cui impiego è però vietato in Italia e in molti altri Paesi), con un monitoraggio durato due anni e risultati non omogenei (miglioramenti del visus nella maggior parte degli occhi, acuità visiva stabile o peggiorata dopo 24 mesi negli altri). Eppure, “il nostro studio – scrivono ricercatori cinesi del Southwest Eye Hospital, Third Military Medical University – ha confermato per la prima volta, in pazienti divenuti ciechi a causa della retinite pigmentosa, la sicurezza nel lungo periodo e la fattibilità del ripristino della vista mediante terapia con cellule staminali”. Bisognerà però attendere ulteriori ricerche per capire meglio la portata effettiva di tutte queste sperimentazioni.
(da Oftalmologia sociale, n*4.2022)