Primo piano di un occhio

Una nuova strategia terapeutica per la AMD atrofica è entrata in fase di sperimentazione clinica

 La degenerazione maculare legata all'età (AMD) è la principale causa di perdita irreversibile della visione centrale negli over 60. La AMD atrofica, la forma più comune di questa patologia, rappresenta circa il 90% di tutti i casi di AMD ed è caratterizzata dall'atrofia progressiva dei fotorecettori della macula, la parte più centrale e sensibile della retina, con conseguente abbassamento dell'acuità visiva nella parte centrale del campo visivo. 
In alcuni pazienti la degenerazione dei fotorecettori progredisce fino allo stadio terminale di atrofia geografica (GA), con morte dei fotorecettori maculari e comparsa di una zona scura al centro della visione (scotoma centrale). In questo stadio della malattia, i pazienti hanno difficoltà o impossibilità a leggere, riconoscere i volti, guardare la TV, guidare l'auto e svolgere qualsiasi lavoro di precisione in cui è necessaria la visione dettagliata. 
Ad oggi esistono dei trattamenti mirati a rallentare la progressione della AMD atrofica verso lo stadio terminale di GA, tuttavia non sono ancora disponibili delle cure definitive in grado di bloccare definitivamente o far regredire questa patologia. L'indisponibilità di una cura per la AMD atrofica ha indotto moltissimi gruppi di ricerca a sviluppare diverse strategie terapeutiche mirate a combattere questa devastante patologia retinica, restituendo ai pazienti - completamente o almeno in parte - la visione centrale e di conseguenza la qualità di vita perdute. 
Tra le diverse linee di ricerca, ce n'è una inedita e che sta avendo risultati molto interessanti portata avanti da un gruppo di chirurghi e ricercatori dell'USC Ginsburg Institute for Biomedical Therapeutics. Il team, guidato da Amir Kashani, Professore Associato di Oftalmologia alla Keck School of Medicine, e da Mark Humayun, Direttore del Ginsburg Institute e Co-direttore dell'USC Roski Eye Institute, ha sviluppato negli ultimi 10 anni un protocollo basato sull'utilizzo di un epitelio pigmentato retinico artificiale impiantabile abbinato a una chirurgia ad hoc per l'esecuzione dell'impianto. 
Questa linea di ricerca si basa sul fatto che il processo fisiopatologico della AMD inizia con l'atrofia delle cellule dell'epitelio pigmentato retinico, che sono fondamentali per la salute dei fotorecettori in quanto forniscono loro ossigeno e nutrienti. Solo in un secondo tempo, dopo che l'epitelio pigmentato retinico è degenerato, si ha la morte progressiva dei fotorecettori. La strategia terapeutica è quindi quella di creare un epitelio pigmentato retinico artificiale sano da inserire al posto di quello malato, a contatto con i fotorecettori, affinché questi possano continuare ad essere nutriti e supportati. 
Il progetto ha richiesto notevoli sforzi e inventiva e la collaborazione di numerosi scienziati con specialità diverse, dai medici chirurgi ai bioingegneri agli ingegneri dei materiali. Gli scienziati del Ginsburg Institute hanno pensato di creare l'epitelio pigmentato retinico artificiale partendo da cellule staminali embrionali umane, facendole differenziare e organizzare in tessuto epiteliale su un substrato di parylene supersottile, ottenendo una membrana da impiantare sotto la retina. Lo sforzo ha avuto un esito positivo, con la creazione di un epitelio pigmentato retinico artificiale funzionale e la progettazione e la realizzazione di un nuovo strumento chirurgico con caratteristiche specificamente adatte a impiantare il sottilissimo e delicatissimo tessuto artificiale sotto la retina, a diretto contatto con i fotorecettori. 
Anche l'approccio chirurgico per l'impianto della membrana è stato completamente rinnovato, con la creazione di uno spazio sottoretinico nel quale impiantare la membrana mediante formazione di una bolla retinica (bleb). Durante la chirurgia si è inoltre utilizzata una tecnica di imaging estremamente sofisticata, la tomografia a coerenza ottica (OCT), per monitorare la separazione degli strati retinici e controllare la procedura chirurgica procedesse al meglio. 
Gli studi preclinici hanno prodotto risultati positivi, tali da ottenere l'approvazione per uno studio clinico sull'uomo di fase 1/2a. Si tratta di uno studio di sicurezza, finalizzato a verificare l'assenza di tossicità o di altri eventi avversi gravi correlabili all'impianto di questa membrana artificiale. Lo studio è stato eseguito su 16 pazienti con diagnosi di GA e acuità visiva nell'occhio trattato inferiore a 20/200. Lo studio ha dato un esito positivo per l'aspetto della sicurezza, sia a livello oculare che a livello sistemico. 
I risultati dello studio hanno anche indicato una forte possibilità che l'impianto dell'epitelio pigmentato retinico artificiale possa far migliorare l'acuità visiva negli occhi trattati. Lo studio non è stato progettato per verificare l'efficacia della terapia, ma solo la sua sicurezza, per questo motivo non possiamo parlare di efficacia al momento, ma i risultati suggeriscono che la metodologia possa dare dei risultati positivi anche in tal senso e quindi sono in progetto ulteriori studi clinici, finalizzati a testare non solo la sicurezza ma anche l'efficacia dell'impianto. 
Lo studio clinico di fase 1/2a ha fornito dati di sicurezza che permetteranno di testare la terapia anche in pazienti con acuità visiva maggiore rispetto a quella dei pazienti arruolati in questo primo studio, suggerendo che nei pazienti con un'area di atrofia più limitata e un grado di atrofia minore l'efficacia della terapia potrebbe essere migliore. 
I risultati dello studio clinico sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Translational Vision Science and Technology (TVST) della prestigiosa associazione statunitense Association for Research in Vision and Ophthalmology (ARVO). 

(da Corriere dei ciechi, 12.2022)